Un minuscolo cimitero sorveglia silenzioso quello che è rimasto di
Gibellina, paese di circa 6000 anime, distrutto la notte tra il 14 e il 15
Gennaio 1968 da un terribile terremoto.
Considerate le disperate condizioni del centro abitato e delle località
limitrofe, si abbandona subito l’idea di restaurare e ridare vita all’antico
nucleo, e si decide di ricostruire altrove la Nuova Ghibellina. Gli
abitanti superstiti, sistemati in baracche in attesa della nuova città,
non cessano di recarsi ai ruderi, Gibellina fa sempre parte del loro presente.
Il senatore
Ludovico Corrao - fondatore e presidente della Fondazione
Orestiadi di Gibellina, sindaco di Gibellina, incontra l’artista Alberto
Burri, e nasce l’idea di realizzare un grande cretto, il grande Cretto di
Gibellina nell’area devastata dal sisma. Un quadrilatero irregolare,
gettato come sudario sui resti della città morta. Un omaggio alle vittime,
ma anche ai viventi, sradicati dal loro passato, dalla loro vita contadina.
Il cretto di Burri ricorda e simula la crepa del terreno causata dal terremoto,
immortala il momento del disastro inserendosi in un paesaggio
dal terreno brullo e incolto. Parte del centro distrutto è ora coperta
da una delle più celebri (e estese) realizzazioni di Land-Art esistenti
al mondo.
La struttura asseconda la forma urbana con i suoi isolati e l’assetto viario,
che possiamo ripercorrere, come un labirinto cieco che non porta
a nulla, se non a restituire un inquietante senso di morte.